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La rimpatriata

PRESENTAZIONE


I primi due episodi “Le vacanze degli innocenti” e “La passione di Re Giovedì” sono legati da un filo comune: l’odio viscerale per le vacanze “fai da te” e l’ assurda scomodità a cui ci si assoggetta pur di dire: Sono stato in vacanza. “Le vacanze degli innocenti” narra del primo campeggio a cui partecipa un gruppetto di giovanissimi , che partono con la spensieratezza dei 15 anni e si scontrano in maniera quasi “tragica” con una serie di incredibili difficoltà e situazioni a volte surreali, ma comuni a tantissime vacanze improvvisate. I ragazzi imparano a conoscere le privazioni della vita all’aria aperta, della mancanza di servizi igienici, della “persecuzione” da parte delle forze dell’ordine che, giustamente, pretendono il rispetto delle leggi e soprattutto della divisione in caste sociali dei vacanzieri. I giovani infatti finiscono per “bivaccare” nei pressi di uno degli Hotel più esclusivi della Sardegna, illudendosi di poter di godere degli stessi agi dei fortunati clienti, ma vengono brutalmente e ripetutamente respinti. La morale del racconto è l’assurdità dell’imbarcarsi in assurde avventure, accettare di fare una vita da “terzo mondo” solo per poter dire di essere stati in vacanza, mentre a due passi da casa si ha spesso molto più di quello che si va a cercare.“La passione di Re Giovedì” è la dimostrazione di come si possa ricadere in un errore che si era giurato di non ripetere. I protagonisti di questa storia sono un gruppo di diciottenni che ha come mira principale quella di “darsi da fare” con le campeggiatrici straniere. Oltre al sottoscritto, vi sono quattro personaggi piuttosto singolari, ciascuno con caratteristiche differenti che si recano in Costa Smeralda, questa volta optando per la sosta in alcuni campeggi organizzati dove, pur non vivendo le spaventose privazioni di un campeggio libero, vanno incontro a una serie di avvenimenti grotteschi a causa delle bizzarre caratteristiche di cui ciascuno di essi è dotato. La parte del leone è svolta dal terribile Pierclaudio, un individuo il cui unico scopo di vita è l’organizzare, ai danni del prossimo, scherzi idioti al limite del codice penale. Gran parte della vacanza è trascorsa nel cercare di contenere la sua esuberanza che porterà delle conseguenze tali dal costringere il gruppo a una fuga precipitosa.“La Rimpatriata” è la naturale conclusione degli altri due; quando le vicissitudini narrate negli episodi precedenti assumono il carattere di vecchi ricordi, ecco ripresentarsi un attempato Pierclaudio, indiscusso protagonista negativo del racconto precedente che, cresciuto solo anagraficamente, organizza una “rimpatriata”, coinvolgendoci prepotentemente nella sua stramba idea e trascinandoci in una serie di umiliazioni e situazioni paradossali che ci riporta indietro nel tempo. Dopo il primo incontro Pierclaudio si mette in testa di voler risvegliare il nostro vecchio amico Giuseppe dallo stato di coma in cui si trova da quasi vent’anni a causa di un incidente stradale. Il poveretto si sveglia ma crede che tutto sia uguale al 1986 e nel prosieguo della storia viene lentamente a conoscenza delle innovazioni tecnologiche dell’ultimo ventennio, primo fra tutti il telefono cellulare e la sua incredibile diffusione, poi tante altre “stranezze“ che fatica a digerire.


PREFAZIONE DI ANTONIO RAGONE


Già leggendo le prime righe di questo piacevole romanzo di Vittorio Frau, il lettore si immerge in una narrazione snella che si propone l'immediato scopo di far subito intendere da che parte sta l'autore.

Lo si capisce dall'efficace titolo della prima parte, "Le vacanze degli innocenti", l'evidente parafrasi del titolo del famosissimo film.
Questo è uno dei pregi dell'opera, in quanto immediatamente propone la condivisione di un evidente quadro dell'odierna società, delle sue regole a volte spietate ed emarginanti e, purtroppo, delle sue conseguenti irreversibilità, nel senso che esse non sono proposte, bensì imposte, in modo da provocare una profonda, intima conflittualità tra l'esterno e le proprie convinzioni, sfociando in un drammatico smarrimento interiore.
Tanti sono i simboli entro i quali ci siamo personificati ed ingabbiati: una vasta gamma di cellulari, telefonini, videofonini, tvfonini, che qui vengono ridicolizzati negli scompensi psico-somatici del risuscitato Giuseppe; l'auto da sostituire al più presto con un'altra dotata di optional sempre più sofisticati, perché un dottore non può mica circolare con un'ape Piaggio, ma con la Mercedes, immergendosi in un mare di cambiali fino al 2080; e poi, le cosiddette vacanze obbligatorie, da raccontare, farcite con episodi necessariamente inventati e ascoltati da malcapitati e infastiditi interlocutori.
Si potrebbe continuare, la lista è lunga, ma è meglio fermarsi a questi esempi che, tuttavia, rappresentano tutte cose utili, per carità, finché esse servano noi e non viceversa, purché non diventino status symbol per misurare con un metro implacabile il valore effettivo di una persona, già alle prese con un doloroso contrasto con sé stessa.
Nella parte iniziale, Frau ci regala pagine esilaranti, con una descrizione dei giovani protagonisti a metà tra il divertimento e il cinismo, con i loro strampalati difetti, tanti, e i loro pregi, nessuno.
Così, inconsapevolmente, il lettore viene ricapultato indietro nel tempo, costretto a rivisitare la sua adolescenza e giovinezza, confrontandole con le medesime storie e con il comportamento medesimo avuto nei confronti dei propri amici, sorridendo e ridendo con l'amaro in bocca.
Per questo si delinea l'illusione che la gioventù possa essere un luogo virtuale, rimasto fermo nel tempo, immutato, completamente avulso dall'attuale, fino a farne due mondi assolutamente separati, costruiti a baluardo dei rimpianti e delle speranze disattese del passato, e per far fronte alle ipocrisie e alle pur sempre penose rivincite del presente: una sorta di catarsi che si riscontra nella bellissima moglie del più insospettabile del gruppo e nella tenera ingenuità della domanda dolorosa seguita da una giustificazione innocente: "Maestra, perché mi picchia? Non ho copiato il compito!".
Su tutto, vigila un'auto-ironia che appare allo stesso tempo sprezzante, crudele, beffarda e irriguardosa nei confronti di tutti i luoghi, ora divenuti comuni, di questa nostra società che ha smarrito il senso dell'orientamento, eretta a fondamentale difesa delle vicissitudini della vita. Persino il pessimismo leopardiano sembra intervenire per enunciare l'esaurimento culturale barattato con le vicende di una televisione malata di banalismo maligno.
Ma Frau vuole lasciare aperto un varco a quella sorta di delirio poetico, che coglie sempre nei momenti più difficili della vita, quando la vista di un gabbiano si trasforma nel simbolo poetico dell'albatro baudelairiano. È la speranza di una poesia disposta a sopravvivere pur sommersa nelle distrazioni di una società che non si rende conto di non poterne fare a meno, nascosta tra le pieghe delle ultime pagine di una malinconica e dignitosa disfatta.



Antonio Ragone

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